Il 56% dei CEO (Chief executive officer) a livello globale non ha rilevato alcun impatto dell’intelligenza artificiale né rispetto alla riduzione dei costi, né all’aumento dei ricavi.
Estrapolato dal contesto, questo dato contenuto nella 29esima Global CEO Survey condotta da PwC sembra dare ragione ai critici dell’AI e a chi crede che sia una bolla destinata presto a scoppiare.
In realtà, però, il dato va inserito nella fotografia più ampia che l’annuale survey della rinomata società di consulenza – tra le cosiddette Big Four – ha scattato sul livello di adozione e integrazione dell’AI.
Si scopre così, tra le varie sfumature, che molti amministratori delegati ammettono di non aver ancora integrato l’AI su larga scala in diversi ambiti e che, soprattutto in Italia, permangono una diffidenza culturale nei confronti dell’intelligenza artificiale e un problema legato alla mancanza di competenze, che sono significativi ostacoli all’AI adoption.
In questo articolo navighiamo attraverso i principali insight della Global CEO Survey, con un particolare focus sull’Italia e sul livello di adozione e integrazione dell’intelligenza artificiale nelle imprese.
Global e Italian CEO Survey: cos’è e come viene condotta
La PwC Global CEO Survey, arrivata alla sua 29esima edizione, è un’indagine annuale condotta dal centro ricerche della multinazionale, PwC Research, che raccoglie le opinioni degli amministratori delegati di tutto il mondo su economia, sfide aziendali, rischi e opportunità di crescita.
È una delle bussole più autorevoli per comprendere il sentiment e le priorità strategiche della leadership aziendale globale. Per l’edizione 2026 sono stati intervistati 4.454 CEO in 95 Paesi tra il 30 settembre e il 10 novembre 2025, inclusi 118 amministratori delegati di imprese italiane.
AI e imprese: solo il 12% di chi la adotta a livello globale ne vede i benefici
Uno dei temi principali indagati dalla survey riguarda l’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo sulle aziende e l’atteggiamento che i CEO hanno verso queste tecnologie.
Per quanto riguarda i risultati, la survey indaga due aspetti: i ricavi e i costi. Per circa un terzo dei CEO (30%), la propria azienda ha ottenuto risultati tangibili dall’adozione dell’AI negli ultimi 12 mesi in termini di ricavi aggiuntivi. Sul fronte dei costi, il 26% degli amministratori delegati afferma che sono diminuiti grazie all’AI, mentre il 22% riporta un aumento.
Analizzando insieme costi e ricavi, solo il 12% degli intervistati riporta impatti positivi. Mentre, come già scritto in apertura, più della metà dichiara che la propria azienda non ha registrato né un incremento dei ricavi né una riduzione dei costi.
Guardare i migliori: costruire solide fondamenta per l’AI
Il report di PwC si spinge oltre questi dati, indagando cosa differenzia quel 12% di imprese all’avanguardia – che riportano benefici dall’AI in termini di maggiori ricavi e minori costi – dalle altre.
Il risultato? Queste aziende sono state brave a costruire “le fondamenta”: un ambiente tecnologico che consenta l’integrazione dell’AI, una roadmap chiara, processi formalizzati per usare l’AI responsabilmente e gestire i rischi e una cultura organizzativa che favorisca l’adozione dell’AI.
Inoltre, queste aziende non hanno portato avanti progetti isolati e tattici legati all’AI – che spesso non generano valore misurabile, come rivelava anche un famoso report del MIT-Nanda dello scorso anno –, ma applicano l’intelligenza artificiale in modo più esteso nelle diverse aree dei propri business.
Adozione AI in Italia: un problema di cultura e gap di competenze
L’Italia mostra un significativo ritardo nell’adozione e integrazione dell’intelligenza artificiale nelle imprese. I dati della CEO Survey evidenziano un gap strutturale rispetto alla media mondiale in tutte le aree aziendali analizzate.
Nelle attività di demand generation il 54% delle aziende italiane presenta un’implementazione scarsa o nulla dell’AI, contro il 46% globale. Il divario si allarga nei servizi di supporto (58% Italia contro 47% globale) e nello sviluppo di prodotti, servizi ed esperienze, dove il 60% dei CEO italiani non ha ancora adottato l’AI, rispetto al 47% internazionale. Ma è nella definizione della direzione strategica che il gap diventa più evidente: il 68% delle imprese italiane non integra ancora l’AI in quest’area, contro il 53% nel resto del mondo.
Perché le aziende italiane faticano ad adottare l’AI?
Cosa frena l’adozione? Per i CEO italiani, il problema è innanzitutto culturale e di competenze. Il 27% ammette che la propria azienda non ha una cultura favorevole all’adozione dell’AI, un dato tre volte superiore alla media globale (9%). Il 40% dichiara di non avere una roadmap chiara per le iniziative di AI, quasi il doppio della percentuale a livello globale. E il 46% punta il dito contro la mancanza di competenze nella forza lavoro – la cosiddetta AI literacy – come principale barriera.
Emergono anche criticità sul fronte degli investimenti e dell’integrazione: il 43% delle aziende italiane giudica insufficienti le risorse destinate all’AI per raggiungere gli obiettivi (contro il 29% globale), mentre il 63% utilizza strumenti di AI non integrati con i documenti e i dati aziendali interni (contro il 46% mondiale). Un approccio che rischia di relegare l’intelligenza artificiale a uno strumento superficiale, anziché a una leva di trasformazione reale.
La sfida del 2026 per l’AI è generare valore reale
Cosa fare, allora? La sfida del 2026 in tema di AI, già evidenziata da altri report come le Forrester predictions, è passare dalla sperimentazione al valore reale. “Passare dallo spettacolo alla sostanza”, ha scritto il CEO di Microsoft Satya Nadella.
Lo spiega anche Andrea Toselli, presidente e amministratore delegato di PwC Italia, commentando i risultati della survey: “Il 2026 rappresenta un momento importante per l’IA. I risultati della PwC CEO Survey illustrano che, mentre alcune imprese sono già riuscite a tradurne l’uso in risultati misurabili, altre sono ancora in una fase di studio. Questo ritardo può incidere in maniera significativa sulla competitività”.
“In un contesto di rapido cambiamento – aggiunge Toselli –, in cui la tecnologia sta influenzando economie e settori industriali, è irrinunciabile investire in innovazione e, in particolare, nella comprensione delle potenzialità degli strumenti già a disposizione delle imprese”.
Concentrarsi su quest’ultimo aspetto può essere un primo passo per avviare una trasformazione AI che generi impatti concreti. Basti pensare, ad esempio, al potenziale rappresentato dalla piattaforma M365, potenziata dall’intelligenza artificiale e diffusa in una buona percentuale di imprese italiane.
Per sfruttarlo in un modo che sia sostenibile sia a livello economico sia umano, è fondamentale affidarsi a chi conosce bene l’ecosistema Microsoft come la Independent design company logotel, che ha ottenuto la certificazione Microsoft Solutions Partner for Modern Work, con specializzazione in Adoption e Change Management, ed è Copilot Jumpstart Partner – Ready Tier.
Aumentano le minacce, diminuisce la fiducia (ma non in Italia)
Oltre a parlare di intelligenza artificiale, la survey di PwC fotografa anche il clima di fiducia e le principali preoccupazioni dei CEO per l’anno appena iniziato. Il quadro che emerge è quello di una leadership aziendale sempre più preoccupata dalle minacce a breve termine, ma che non rinuncia a guardare alle opportunità di lungo periodo.
Rischi informatici e instabilità macroeconomica si confermano le principali minacce
Rispetto all’anno precedente, i CEO a livello mondiale si mostrano significativamente meno fiduciosi sulle prospettive di crescita dei ricavi delle proprie aziende nel breve termine. Solo il 30% si dichiara molto o estremamente fiducioso sulla crescita a 12 mesi, in calo rispetto al 38% dell’anno precedente e al picco del 56% registrato nel 2022.
A pesare sul sentiment sono le crescenti preoccupazioni su diversi fronti. I rischi informatici e l’instabilità macroeconomica si confermano le principali minacce, entrambi citati dal 31% dei CEO come fonti di esposizione elevata o estrema. Il rischio cyber, in particolare, è in costante crescita: era al 24% l’anno scorso e al 21% due anni fa.
Anche l’incertezza geopolitica – fisica e digitale – gioca un ruolo rilevante: circa un terzo dei CEO dichiara che sta riducendo la propensione a effettuare grandi investimenti. Non emerge tuttavia una strategia chiara e definita per contrastare i rischi geopolitici, come potrebbe essere la nomina di un Chief geopolitical officer, suggerita da un articolo del World economic forum.
Circa la metà dei CEO italiani e di tutto il mondo prevede un rafforzamento delle difese informatiche, ma solo il 23% dei CEO italiani e il 18% dei CEO a livello globale prende in considerazione azioni come la riconfigurazione della supply chain.
Sui dazi, il 29% prevede un impatto negativo sui margini di profitto nei prossimi 12 mesi, mentre il 60% non si attende effetti significativi.
I CEO italiani sono più ottimisti della media globale
In Italia il quadro è parzialmente diverso. I CEO italiani si mostrano più ottimisti della media globale: il 35% si dichiara molto o estremamente fiducioso sulla crescita dei ricavi a breve termine, contro il 30% mondiale. Guardando al triennio, l’ottimismo sale al 53%, rispetto al 49% globale. Il 62% prevede inoltre una crescita dell’economia mondiale nei prossimi 12 mesi, in linea con il dato globale del 61%.
Cambiano però le minacce percepite. I CEO italiani temono soprattutto il cambiamento tecnologico, i dazi, i rischi informatici, l’inflazione e la scarsità di lavoratori qualificati. Si sentono invece molto meno esposti ai conflitti geopolitici rispetto ai colleghi globali: solo il 13% si dichiara altamente esposto, contro il 23% mondiale.
Un dato interessante riguarda la carenza di competenze chiave, che un anno fa era la preoccupazione principale per il 35% dei CEO italiani e oggi si ferma al 20%, condividendo il podio con altre quattro priorità. Un segnale che il tema resta rilevante, ma forse meno urgente rispetto alle sfide tecnologiche e macroeconomiche.
In conclusione
La 29esima Global CEO Survey di PwC restituisce un’immagine articolata della leadership aziendale globale: ottimista sulle opportunità di lungo periodo, ma consapevole delle sfide immediate e, soprattutto, di quelle legate all’adozione dell’intelligenza artificiale.
Il messaggio chiave è chiaro: l’intelligenza artificiale non genera valore da sola. Servono fondamenta solide – tecnologiche, strategiche e culturali – per trasformare gli investimenti in risultati concreti. Le aziende che ci stanno riuscendo non si sono limitate a sperimentare, ma hanno integrato l’intelligenza artificiale in modo esteso e coerente con la propria strategia di business.
Per l’Italia, la sfida è duplice: colmare il gap culturale e di competenze che frena l’adozione – una trasformazione che va ben oltre la tecnologia e necessita di un cambio di approccio per essere affrontata –, e passare da un utilizzo frammentato dell’AI a un’implementazione sistemica.
In sintesi: i dati chiave della PwC CEO Survey 2026
- 56% dei CEO globali non rileva impatti dell’AI su costi o ricavi;
- solo il 12% riporta benefici sia sui costi che sui ricavi;
- in Italia il 27% delle aziende non ha una cultura favorevole all’AI (vs. 9% a livello globale);
- il 46% dei CEO italiani indica la mancanza di competenze come principale barriera all’AI adoption.