La cultura del benessere in azienda passa anche dal cibo: intervista a Stefania Corrado

L’ideatrice del metodo FLOWERS™ racconta perché il cibo è “un gesto di cura” e come diventa la leva più concreta per fare prevenzione dentro le organizzazioni.

Intervista a Stefania Corrado - cibo e cultura del benessere in azienda

Stefania Corrado è una marketing strategist, giornalista professionista ed health coach con certificazioni Executive in Lifestyle Medicine, Nutrition & Wellness ottenute presso la Harvard Medical School.

Nel 2011 ha dato vita al suo progetto imprenditoriale che unisce il marketing strategico al food coaching. Lavora in collaborazione con agenzie, multinazionali e consulenze strategiche per brand globali, guidando progetti di marketing, esperienze, eventi e contenuti editoriali.

Da oltre 15 anni, unendo strategia e creatività, approfondisce il legame tra alimentazione, benessere e consapevolezza. Un percorso che si è consolidato con le certificazioni ottenute ad Harvard e che l’ha portata a scrivere il suo ultimo libro, I pilastri del benessere (Ulrico Hoepli), in cui approfondisce i fondamenti scientifici della Lifestyle Medicine e spiega il suo metodo FLOWERS™ per far fiorire brand e persone.

L’abbiamo intervistata per il magazine logotel, chiedendole come si può costruire una cultura del benessere all’interno delle aziende attraverso il linguaggio del cibo.

Il cibo come gesto di cura: dal marketing strategico all’health coaching

D. Ti muovi da anni tra marketing strategico e health coaching: cosa ti ha portata a unire questi due mondi apparentemente distanti?

Non le ho mai vissute come due sfere separate: per me sono state un’integrazione naturale. Il cibo, del resto, è sempre stato un linguaggio, un collante di relazioni, di momenti di condivisione e convivialità, prima ancora che un tema professionale. Per me il cibo è un gesto di cura, intesa come attenzione, quella che porto in entrambi i mondi che frequento: cura per l’altro, cura nel mettere un piatto in tavola.

Ed è proprio questo il ponte tra i due ambiti, perché le aziende, prima di essere fatte di risultati di business, sono fatte di persone: un aspetto che spesso diamo per scontato, ma che in realtà guida ogni risultato.

Per questo, anche gestendo team numerosi e complessi, la competenza che ho allenato di più, oltre a quella verticale sulla strategia, è l’attenzione alle persone. Il Covid, per esempio, me l’ha dimostrato con chiarezza: quando guidi un team, le competenze di coaching diventano fondamentali, perché sono il modo per entrare davvero in relazione con le persone. E il cibo è un linguaggio che, in un modo o nell’altro, ci portiamo dentro tutti.

Che cos’è la Lifestyle Medicine e perché in Italia se ne parla ancora poco

D. Cos’è esattamente la Lifestyle Medicine, e in cosa si distingue da un approccio nutrizionale tradizionale?

Parto dalla definizione dell’American College of Lifestyle Medicine: è una disciplina medica evidence-based che utilizza interventi terapeutici sullo stile di vita – incentrati su diversi pilastri interconnessi come nutrizione, sonno, movimento e relazioni – come modalità primaria per prevenire, trattare e persino invertire le malattie croniche.

Ha un approccio olistico, nel senso che affronta più aspetti insieme, e questo è ciò che la distingue davvero da un approccio nutrizionale tradizionale, che tende a concentrarsi su un solo pilastro.

Da economista, cercavo un metodo con risultati provati: quando ho incontrato la Lifestyle Medicine ho capito che avevo trovato ciò che cercavo, perché agisce sia a livello di prevenzione che di longevità. Per questo ho voluto costruire il mio metodo su studi che uniscono più ambiti: dalla medicina preventiva, alla psicologia cognitivo-comportamentale fino alla psicologia positiva. E così è nato FLOWERS™, che si basa proprio su tutto questo.

Un dato su tutti rende evidente l’urgenza di questa disciplina: l’80% delle malattie croniche è prevenibile attraverso lo stile di vita. Tradotto in linguaggio aziendale, significa risparmio in salute pubblica, persone che si ammalano meno e quindi producono di più: ci sono benefici enormi da esplorare per le aziende.

D. In Italia però la Lifestyle Medicine è ancora un concetto poco conosciuto: cosa manca, a livello culturale o formativo, perché diventi patrimonio comune?

Credo manchi un collante di divulgazione su questi temi che non passi solo dall’ambito medico-scientifico, che per definizione viene percepito come pesante, poco empatico. E invece è il contrario: da donna di comunicazione, dico che si può fare molto di più, e le aziende in questo hanno un ruolo di responsabilità non indifferente.

Il problema, un po’ come in tutto, è che si lavora troppo a compartimenti stagni: fra reparti diversi spesso non ci si parla. Serve invece integrazione tra competenze diverse. Negli Stati Uniti, per esempio, il coaching è già integrato con il lavoro medico: un’opportunità enorme che in Italia ancora manca. Mi piacerebbe portare questi temi anche negli ospedali – l’ho già fatto in passato, per esempio con il reparto grandi obesi del Niguarda. La Lifestyle Medicine, in Italia, è un terreno nuovo, innovativo, con un potenziale enorme da raccontare.

Il metodo FLOWERS™: i sette pilastri del benessere

D. Il tuo ultimo libro approfondisce i concetti della Lifestyle Medicine e introduce un metodo chiamato FLOWERS™, strutturato attorno a sette pilastri. Puoi raccontarceli?

FLOWERS™ è un acronimo su cui ho lavorato molto, perché un metodo lo applichi davvero solo se te lo ricordi. “Flowers”, tra l’altro, riprende il concetto di flourishing, molto noto in psicologia positiva: il fiorire, il partire da un terreno per sbocciare, che è esattamente quello che succede quando stiamo bene ogni giorno.

Il mio metodo riprende e personalizza i sei pilastri della Lifestyle Medicine, aggiungendone un settimo che ho chiamato Wow!: è il superpotere del cambiamento, quello che, grazie alla forza interiore e alle proprie risorse, ci permette di trasformare davvero le cose.

Nel metodo FLOWERS™, i pilastri si dividono in due gruppi: quelli prima della W e quelli dopo.

Il primo è il Food, l’alimentazione consapevole. Il secondo riguarda la linfa vitale: il movimento. Non l’ho chiamato “esercizio fisico” di proposito, perché psicologicamente è una parola che pesa per molte persone. Ma il movimento ha mille forme che spesso non consideriamo: ballare, fare giardinaggio, camminare nella natura, persino i lavori di casa.

L’importante è trovare quello che ci piace davvero. Il terzo pilastro è l’Off, il sonno: dormire è spesso percepito come una pausa inutile, eppure il sonno è tutto tranne interruzione: è rigenerazione, riparazione e pulizia neurologica; la sua qualità influenza tutto il resto.

Dopo la W arriva l’Empathy, l’empatia nelle relazioni: è uno dei pilastri più sottovalutati, perché non abbiamo idea di quanto le connessioni che scegliamo influenzino la nostra salute, in positivo e in negativo. Il sesto pilastro è la Regulation, la gestione dello stress, dove le tecniche di respirazione e meditazione hanno un ruolo centrale. Il settimo è infine il Self-Care, la cura di sé, che nella Lifestyle Medicine passa anche dall’abbandono di sostanze dannose e dipendenze: un tema che, come coach, mi capita di incontrare spesso, insieme alla necessità di riconoscere quando è il momento di indirizzare una persona a un medico.

D. Oltre all’empatia, c’è qualche altro pilastro sottovalutato nella tua esperienza?

Per me sono due: oltre all’empatia c’è il Wow!, quindi due pilastri che riguardano se stessi e gli altri. Sono profondamente interconnessi: se non stai bene con te stesso, per definizione non puoi stare bene con gli altri. Se devo scegliere, forse è proprio il Wow! quello dirimente.

D. Nel libro citi l’Healthy Eating Plate di Harvard: cos’è e perché hai scelto questo strumento? Cosa lo rende diverso dalle classiche piramidi alimentari?

Lo strumento pratico che ho scelto per il pilastro Food è l’Harvard Healthy Eating Plate, per cui ho ottenuto una concessione d’uso speciale direttamente da Harvard e di cui sono davvero grata.

È uno strumento visivo, semplice, pratico: ti permette di costruire il tuo “piatto della salute”: metà piatto di verdure, un quarto di proteine, un quarto di carboidrati, più grassi buoni, idratazione e movimento.

A differenza dei conteggi calorici o delle piramidi alimentari, che spesso confondono e scoraggiano, è immediato. E soprattutto lascia libertà: ognuno costruisce il proprio piatto come preferisce, senza sentirsi giudicato. Se parliamo di proteine, per esempio, non c’è un giudizio su chi sceglie l’agnello e chi i fagioli: è una questione di libertà personale. Ed è proprio questo l’elemento che, secondo me, fa la differenza.

Come si costruisce una cultura del benessere in azienda

D. Parliamo di come costruire una cultura del benessere dentro le aziende. Dalla tua esperienza, sta aumentando l’attenzione verso questo tema? E perché il cibo può essere uno dei linguaggi più potenti per costruirla?

Se ne parla di più, ma io vedo ancora molta confusione, già a partire dalle parole: welfare e wellbeing non sono la stessa cosa, e non basta offrire un beneficio per generare benessere reale. Spesso, per esempio, si pensa che mettere a disposizione delle sedute con uno psicologo basti ad aver risolto il tema: ma il benessere non si delega, va accompagnato.

Questo capita soprattutto in un momento storico complesso, fatto di riorganizzazioni, incertezza economica, scenari socio-politici inquietanti, in cui possono emergere anche comportamenti tossici.

Il cibo, in questo, è un linguaggio potentissimo, soprattutto in Italia: siamo quello che mangiamo, ed è vero. È un linguaggio universale perché passa tutto da lì: ci sediamo a tavola almeno tre volte al giorno, colazione, pranzo, cena.

C’è anche un problema di coerenza tra quello che le aziende dicono e quello che poi fanno concretamente: gli slogan sul benessere delle persone restano spesso manifesti, e chi lavora in azienda se ne accorge. Da manager, ho visto spesso le iniziative HR vissute come un compito in più da svolgere, oltre alla propria agenda. Sarebbe bello, invece, che le aziende riuscissero davvero a costruire una cultura su questo, andando oltre i pattern preconfezionati.

D. Oggi le aziende sono sempre più multigenerazionali. Come cambia il rapporto con il cibo e il benessere tra generazioni diverse e come si costruisce una cultura del cibo che parli a tutte le generazioni?

Le differenze generazionali legate al tema del cibo e del benessere, secondo me, riguardano soprattutto l’attenzione – più o meno diffusa – al benessere animale e a quello del pianeta. Nel libro cito il professor Walter Willett, che è stato uno dei miei docenti a Harvard e che col suo team è stato l’ideatore dell’Harvard Eating Plate: insieme alla rivista The Lancet, ha condotto uno studio sull’impatto delle nostre scelte alimentari sul benessere del pianeta. Le nuove generazioni hanno decisamente più consapevolezza su questi temi, mentre le generazioni precedenti tendono a rifarsi al classico “si è sempre fatto così”.

Per costruire una cultura del cibo che parli a tutte le generazioni dobbiamo tornare al tema del cambiamento, che si costruisce con cura, gentilezza e dialogo. Bisogna spiegare, raccontare, far ragionare, non imporre.

Lo vivo anche in famiglia: a Natale, per esempio, dove tradizionalmente si mangia moltissimo, spesso in modo molto carnivoro, ogni anno porto un contributo sempre più vegetale. Le verdure sono una mia passione da bambina, ma non tutti le sanno apprezzare, cucinare, valorizzare. E anche qui c’è un lavoro da fare: di educazione, di racconto, di esempio pratico.

D. Ci sono pregiudizi o “abitudini tossiche” legate al cibo che si tramandano da una generazione all’altra in ambito lavorativo?

Forse faccio parte proprio della generazione di mezzo tra la Gen Z e quella precedente, quella cresciuta con l’idea di “immolarsi alla causa”: lavorare fino a tardi, saltare la pausa pranzo davanti al computer per dimostrare che si sta lavorando.

La pausa pranzo, in effetti, è la prima cosa su cui lavorerei: non saltarla, e provare a trasformarla in un momento di aggregazione. Oltre a questo, ci sono le macchinette: piccole cose, ma sono tante quelle che succedono durante la pausa pranzo, e che meritano attenzione.

D. Oltre al cibo hai parlato anche di “forza delle relazioni come motore di salute”: che ruolo hanno le relazioni, anche quelle sul posto di lavoro, nel benessere alimentare e psicofisico delle persone?

Le relazioni, per me, hanno un ruolo enorme. Un esempio che trovo sempre efficace, ed è anche nel libro: circondarsi di persone che supportano abitudini sane. È un segreto dei centenari: i nostri amici influenzano le nostre scelte alimentari più di quanto immaginiamo. È interessante come funziona il nostro cervello: le abitudini sono contagiose, nel bene e nel male.

Nel pilastro delle relazioni dedico anche un capitolo a quelle tossiche, qualcosa che, prima o poi, ci ha toccato tutti, nel privato o sul lavoro: relazioni mascherate da performance in azienda, o amicizie travestite da invidia silente. Imparare a proteggersi, anche stabilendo dei confini, è fondamentale.

E qui arrivo alle soft skill, che per me dovrebbero diventare hard skill, perché sono il vero punto di partenza: definiscono quanto stai bene. E in azienda, se stai bene, performi; se non stai bene, semplicemente non ce la fai. Bisognerebbe occuparsene sul serio, con un lavoro strutturato, e non con il contentino, a tutti i livelli: molto spesso la formazione si concentra sul leadership team e arriva molto più diluita, o non arriva affatto, agli specialist.

Un’abitudine che ho sempre portato avanti con i miei team è istituire un momento mensile di ascolto reciproco, al di là del business: mettere a fattor comune quello che ci succede aiuta a ricordarsi che, prima di tutto, siamo persone.

D. Il tema delle relazioni è interconnesso oggi con le nuove modalità lavorative: smartworking, hybrid working o, al contrario, ritorno in presenza. Qual è la tua riflessione a riguardo?

Il Covid ci ha dimostrato che si può performare benissimo anche a distanza, e ho guidato io stessa un progetto di accelerazione digitale su questo. Ma le relazioni sono fatte anche di incontri, di risate, di quotidiano, quindi apprezzo molto il valore della presenza purché non sia un obbligo, ma una responsabilità delegata al team, con vera autonomia.

Nel libro parlo proprio di questo concetto: l’autonomia non deve essere una delega travestita da fiducia, seguita da micro-management. Rendere autonome le persone, per me, ha sempre portato ottimi risultati, anche se, certo, la fiducia va allenata, e capita anche di scoprire chi ne approfitta. In quei casi bisogna intervenire, ma con un feedback costruttivo, spiegando il perché di certe aspettative.

D. Se guardi ai prossimi anni, quale credi sarà il ruolo delle aziende nella prevenzione della salute attraverso lo stile di vita?

Le aziende hanno un ruolo fondamentale, perché ci passiamo davvero moltissimo tempo: possono fare la differenza nel concreto, a livello culturale, sulle persone e sull’organizzazione. È molto più potente di un manifesto di salute pubblica, che resta lì, si legge e si dimentica: in azienda il cambiamento si vive giorno per giorno, e può davvero influenzare l’esperienza delle persone.

Oggi ci sono moltissimi strumenti a disposizione: dal coaching individuale ai workshop, fino a esperienze più coinvolgenti e divertenti. Gli strumenti per portare benessere e far fiorire le persone nelle aziende non mancano.

Da dove si comincia: tre gesti quotidiani

D. C’è un piccolo gesto quotidiano, legato al tuo metodo, che consiglieresti di introdurre già da domani in ufficio?

Te ne do tre. Il primo, legato al cibo, l’abbiamo già toccato: non saltare la pausa pranzo, e provare a trasformarla in un momento di aggregazione. In un’ottica simile, anche lo snack può fare la differenza: pensare a qualcosa che ci faccia davvero bene, non le patatine della macchinetta.

Gli altri due sono legati al benessere mentale. Il primo è la gestione dello stress: bastano piccoli esercizi di respirazione, anche di un solo minuto, prima di una riunione importante o nei momenti in cui ci sentiamo sopraffatti dal caos della giornata: lo yoga, per esempio, mi ha aiutato molto in questo.

L’ultimo è una sorta di tecnica del pomodoro applicata al movimento: ricordarsi di non restare otto ore fisse davanti al computer, alzarsi, fare due o tre giri dell’isolato, prendere una boccata d’aria. Sono gesti semplici, ma che, ripetuti nel tempo, cambiano davvero la nostra fisiologia. La costruzione di un’abitudine passa dalla ripetizione, e dalla costanza con cui riusciamo a mantenerla.

D. Quando un’azienda ti chiede di fare cultura del benessere attraverso il cibo, da dove si parte concretamente? C’è un primo passo che consigli sempre?

Non parto mai da qualcosa di preconfezionato. Vale per i percorsi individuali, per le strategie di marketing, e vale anche per l’accompagnamento delle aziende sui temi del benessere. Per me è fondamentale una fase di audit, di ascolto delle esigenze e della cultura aziendale, per capire davvero da dove si parte. Mi è capitato, per assurdo, di lavorare con aziende fortemente legate al food, ma che non avevano affatto una cultura del mangiare bene.

Molto dipende dalle priorità del management in quel momento: se c’è un progetto di sostenibilità da portare avanti, per esempio, ci sono tante strade possibili. La cosa più bella che mi è capitata è riuscire a collegare aspetti apparentemente distanti: l’ascolto delle persone, la cultura aziendale e lo sviluppo del business.

Ma c’è anche un altro punto, forse ancora più importante: affinché un’iniziativa funzioni ci deve credere il management aziendale per primo. Perché un cambiamento davvero efficace parte dall’alto.

Stefania Corrado è su Instagram, Linkedin e Youtube.

Domande frequenti (F.A.Q.)

Che cos’è la Lifestyle Medicine?

La Lifestyle Medicine è una disciplina medica evidence-based, definita dall’American College of Lifestyle Medicine, che utilizza interventi sullo stile di vita – nutrizione, sonno, movimento, relazioni, gestione dello stress – come modalità primaria per prevenire, trattare e in alcuni casi invertire le malattie croniche. Si distingue dall’approccio nutrizionale tradizionale perché agisce su più pilastri interconnessi anziché su uno solo.

Quali sono i sette pilastri del metodo FLOWERS™?

FLOWERS™ è l’acronimo del metodo ideato da Stefania Corrado: Food (alimentazione consapevole), Linfa vitale (movimento), Off (sonno), Wow! (il superpotere del cambiamento), Empathy (empatia nelle relazioni), Regulation (gestione dello stress), Self-Care (cura di sé). Riprende i sei pilastri della Lifestyle Medicine aggiungendo il settimo, Wow!, dedicato alle risorse interiori che rendono possibile il cambiamento.

Che differenza c’è tra welfare e wellbeing aziendale?

Il welfare aziendale è l’insieme dei benefici messi a disposizione delle persone; il wellbeing è la condizione di benessere reale che quelle persone vivono. Offrire un servizio non basta a generarlo: il benessere non si delega, va accompagnato nel tempo e richiede coerenza tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che fa ogni giorno.

Come si costruisce una cultura del benessere in azienda?

Si parte da una fase di audit: ascoltare esigenze e cultura aziendale prima di proporre qualsiasi percorso, evitando format preconfezionati. Servono poi coerenza tra dichiarazioni e pratiche quotidiane, formazione estesa a tutti i livelli e non solo al leadership team, e il coinvolgimento diretto del management, perché un cambiamento efficace parte dall’alto.

Che cos’è l’Harvard Healthy Eating Plate?

È lo strumento visivo sviluppato dal team del professor Walter Willett a Harvard, alternativo alle piramidi alimentari e al conteggio delle calorie: metà piatto di verdura, un quarto di proteine, un quarto di carboidrati, più grassi buoni, idratazione e movimento. Lascia libertà di scelta sui singoli alimenti, senza imporre un giudizio.