Daniele Cerra è Chief Innovation Officer e partner della design company logotel. Il suo focus è muoversi nell’intersezione tra human brain e tecnologia per sviluppare soluzioni di impatto misurabile a supporto di progetti di trasformazione e innovazione per i clienti della design company e per la stessa logotel.
L’approccio tecnologico di logotel è people & community driven: le persone e le comunità sono la misura degli impatti positivi di tutti i progetti trasformativi, come prodotti, servizi, piattaforme, app, ecosistemi collaborativi. L’obiettivo è accelerare le performance di business e accompagnare le organizzazioni nelle sfide del presente e del futuro.
Una delle sfide con cui anche i professionisti di logotel si confrontano oggi è come sfruttare al meglio le potenzialità dell’intelligenza artificiale, e nello specifico di tutti i tool di Gen AI connessi alla scrittura di codice e allo sviluppo di soluzioni digitali.
In questa intervista approfondiamo con Daniele quali sono i principali cambiamenti che l’AI ha determinato nel processo di sviluppo e go-to-market di logotel e cosa significa, in questo contesto, imparare a progettare “a cuore aperto”: un approccio che Cerra definisce vibe design.
Dal business-almost-as-usual al nuovo contesto dell’AI
D. Daniele, com’è cambiato il modo in cui i team di design di esperienze e quelli coinvolti nello sviluppo di soluzioni digitali di logotel arrivano sul mercato? Ha ancora senso parlare di un business-as-usual?
R. Lo scenario in cui ci muoviamo è profondamente diverso da quello di pochi anni fa.
Da una parte c’è quello che definisco un business-almost-as-usual, perché la promessa non è cambiata: affidabilità, solidità, soluzioni che funzionano sono requisiti di base su cui logotel ha sempre costruito la propria reputazione e i propri alti livelli di servizio. Questo livello di attenzione e di competenza va mantenuto e, anzi, rafforzato, sfruttando tutto quello che oggi possiamo fare e il modo in cui lo facciamo.
Sono però cambiati gli strumenti con cui quella promessa si costruisce: l’AI non è un trend, ma il nuovo contesto che sta ridefinendo i tempi, le modalità e le aspettative del mercato, dei colleghi e dei clienti.
In questo scenario sempre più competitivo, chi impara più velocemente riesce a stare davanti, mentre altri si vedono passare davanti opportunità che difficilmente si ripresenteranno “con più calma”.
D. Parliamo delle aspettative dei clienti. Il racconto, lo storytelling, è sempre stato importante. Adesso però non basta.
R. Show don’t tell, uno dei principi base che insegnano nelle scuole di scrittura creativa, vale anche per quello che i clienti si aspettano. Vogliono toccare con mano un prodotto prima di comprarlo, non solo ascoltarne il racconto delle potenzialità.
Noi, di conseguenza, abbiamo adottato questo mantra e siamo passati dal raccontare idee al renderle concrete e testabili. Non si tratta più di sviluppare semplici test e POC (Proof of concept), ma POC commerciali, demo interattive, prodotti già funzionanti al punto tale da dare una concreta sensazione di quello che sarà.
I clienti inoltre chiedono tempi di delivery molto rapidi, che diventano una leva commerciale. Per questo, la cornice temporale nella quale ci si deve muovere adesso è di ore o, nei casi più articolati, giorni, non più settimane o mesi.
Vibe coding: da meme a realtà commerciale
D. In questo scenario, tu individui due onde che si muovono in sinergia. Da un lato il vibe coding, dall’altro il vibe design. Partiamo dal vibe coding: è passato poco più di un anno da quando Andrej Karpathy coniò il termine, poi eletto parola dell’anno del 2025 secondo il Collins Dictionary. Com’è cambiata la percezione rispetto a questa nuova modalità di programmazione e perché, secondo te, è ormai una realtà tecnica e commerciale con cui fare i conti?
R. Faccio sempre un esempio: tre anni fa, quando si diceva che l’intelligenza artificiale generava immagini o faceva grafica, trovavi sempre interlocutori che ironizzavano sullo scarso livello qualitativo: “Fa le mani con sei dita”, eccetera. Pochi mesi dopo, quelle battute erano già sparite e nessuno pensava più di dover fare “a mano” cose che poteva fare l’IA.
Quando si è iniziato a parlare di vibe coding, la reazione era simile. Sono passati mesi, i modelli si sono evoluti, le tecniche e la nostra capacità di usare l’AI sono cresciute molto. Quindi oggi non dobbiamo più chiederci se il vibe coding può avere un senso commerciale, tecnico, progettuale: è una realtà con cui facciamo i conti. Se siamo i primi della classe, lo facciamo bene; sennò, siamo destinati a seguire chi è più bravo.
A noi e ai nostri team è affidato il compito di esplorare le potenzialità reali di questi approcci e, conoscendone limiti e punti di forza, sfruttarli al meglio, lasciando che le redini del “senso e direzione” di quello che si realizza restino saldamente in mano ai nostri professionisti.
Per questo dobbiamo continuare a provare, anche per capirne i confini. Perché il vibe coding può risolvere un problema, ma non può rispondere alla necessità di trovare e dare un senso a una determinata soluzione.
Io non ho mai visto un vibe coder creare qualcosa di sensato se non l’ha prima progettato con criterio: lo strumento esegue quello che gli chiedo, magari mentre do un prompt e continuo a interagire, ma quello che ne esce può anche funzionare tecnicamente senza avere, in realtà, alcun senso, utilità, impatto.
Oggi ascoltiamo senza più compiacimento il collega, o il cliente, che ci dice “guarda cosa sono riuscito a fare con l’AI senza scrivere una riga di codice”, mentre continuiamo a drizzare le antenne quando sentiamo “finalmente sono riuscito a realizzare questo servizio, ho ottenuto quello che in anni non abbiamo mai avuto l’opportunità di creare, ho realizzato questa idea”.
Siamo sommersi, affogati da produzioni e progetti che non hanno in sé nessun valore reale. Dobbiamo passare al reame di ciò che fa la differenza.
Vibe design: progettare “a cuore aperto”
D. Ed è qui che, come sostieni, si inserisce il concetto di vibe design. Cos’è e quali sono le sue principali caratteristiche?
R. Il vibe design è un modello di pensiero progettuale altrettanto agile e rapido: è l’onda gemella del vibe coding.
Significa partire subito e continuare a progettare, con competenza e senso, mentre si vede l’idea prendere forma, iterandola in tempo reale fino a farla evolvere oltre quanto immaginato in partenza.
È un concetto ancora poco praticato, ma più ci sperimentiamo nella realizzazione di prodotti, servizi, software, applicazioni con i nuovi strumenti dell’intelligenza artificiale, più cambia il modo di ragionare di chi progetta, perché ormai si progetta “a cuore aperto”. Dietro le quinte, questo approccio permette a chi negli anni ha abituato le proprie strutture cerebrali ad applicare dei modelli standard di progettazione, che oggi faticano a rispondere alle esigenze del mercato, di adattarle rispetto a nuove strutture e modelli.
È importante precisare che vibe design non significa dire a uno strumento “fammi questa cosa” e fermarsi lì. Significa continuare a progettare da designer, con la competenza di chi fa questo mestiere. Se sappiamo dare senso a un progetto, poi ci sarà chi lo implementa, purché sia guidato bene.
Sono queste due cose insieme, competenza progettuale ed esecuzione affidata all’AI, a fare un’enorme differenza. E “insieme” è la parola chiave: non c’è più qualcuno che progetta e qualcuno che esegue. Questo confine si sta assottigliando sempre di più, fatte salve le verticalità che devono comunque restare.
D. Puoi fare un esempio concreto di come in logotel state affrontando questo nuovo paradigma?
R. Abbiamo sperimentato la creazione di un applicativo molto complesso, un videogioco multiuser da usare in tutto il mondo per un famoso brand di eyewear.
I tempi in cui l’abbiamo realizzato sono inconcepibili rispetto al passato. Per far funzionare questo progetto ci sono state, nel giro di una giornata, 150 iterazioni. Prima una cosa del genere non sarebbe stata concepibile: fare, chiedere, verificare, rifare, richiedere, decine e decine di volte nell’arco di poche ore. È faticoso, è un mestiere vero e proprio, ma oggi è possibile.
E non parlo di possibilità tecnica, ma di possibilità del sistema designer+AI, che porta a rivedere radicalmente anche, per esempio, la frequenza e la consistenza delle interazioni con i committenti e gli user, la pianificazione degli sviluppi, la possibilità di coinvolgere non solo nella richiesta di requisiti, ma anche e soprattutto nella realizzazione live, anche portatori di interessi che per motivi tecnici erano prima esclusi da questi processi.
È la stessa logica con cui stiamo ripensando anche le nostre piattaforme, non solo i singoli progetti. Prodotti come Jump – servizi, governance e tecnologia AI+ in un unico posto – o Hive, l’architettura digitale che estende l’employee experience, nascono dall’idea di prodotto come servizio: soluzioni più modulari, time-to-market più rapido, meno distanza tra idea e adozione. Non più solo requisitati e testati con gli user, ma realizzati direttamente con loro.
Il prodotto non è più il punto di arrivo: è il ponte tra tecnologia, business e cambiamento. E non cambia solo la tecnologia: cambiano i mestieri. Le competenze restano, ma i confini si sfumano: designer, tecnici e business lavorano sempre più spesso sullo stesso oggetto, nello stesso momento.
Uomo e AI in sinergia: il modello EPOCH
D. La parola chiave, che unisce le due vibe del coding e del design è sinergia. Nell’ambito di un’attività così complessa come la progettazione, cosa è importante che resti in capo all’essere umano e cosa invece si potrà delegare sempre di più alle macchine?
R. Per i grandi player che vendono tecnologia è comodo raccontare che l’intelligenza artificiale fa tutto. Se però la si prova davvero – ci si “sporca le mani” –, si capisce che non è affatto così. L’AI fa molto, ed è vero che svolge tanti compiti verticali che prima erano appannaggio delle persone. Ma se l’AI ci dà un vantaggio, dobbiamo chiederci dove, in questa sinergia, l’essere umano fa davvero la differenza.
A questo proposito riprendo un modello un po’ datato, perché risale addirittura al remoto 2024, del MIT Sloan, che serve a misurare l’impatto dell’adozione dell’intelligenza artificiale: il modello EPOCH.
Se l’AI ci permette, come esseri umani, di esprimere più empatia e intelligenza emotiva, di essere più presenti, di fare più networking e connessione, di avere più opinione, più giudizio, più etica in quello che realizziamo – quindi di mettere più senso nelle cose che facciamo –, di dare davvero sfogo alla creatività e all’immaginazione e se infine ci permette di avere più senso di direzione, più speranza, più visione, più leadership, allora non è uno svantaggio.
Se queste condizioni si realizzano, l’AI si inserisce al posto giusto, cioè al servizio del nostro essere più umani, e ci consente di fare le cose in cui, come designer, possiamo davvero fare la differenza.
Cosa fa davvero la differenza: sviluppare capacità critica
D. E cos’è, secondo te, che fa davvero la differenza in questo contesto?
R. Il problema non è restare continuamente aggiornati e sapere tutto: ogni settimana escono nuovi tool, nuovi modelli, nuove promesse, ed è facile cadere nel sovraccarico cognitivo o nella FOMO. Il vero punto è sviluppare capacità critica: il vantaggio competitivo sarà capire cosa porta davvero valore e cosa porta rumore, cosa è sostenibile e cosa no, cosa è sensato e cosa è solo “realizzato”.
È facile infatti misurare quante licenze abbiamo comprato o quanti prompt e tool sono stati adottati; molto più difficile misurare proprio dove si crea davvero valore: la velocità decisionale, il tempo che passa tra un’idea e un prototipo, la qualità della collaborazione, la capacità di apprendimento e quella organizzativa e, soprattutto, l’impatto reale generato da quanto abbiamo realizzato. È proprio lì che si sta creando gran parte del valore.
L’AI ci porta a ottenere KPI (indicatori di performance) eccezionali senza troppa fatica: ho sviluppato migliaia di righe di codice in un giorno. Ma quale obiettivo ho raggiunto facendolo? Quali key results posso dire di avere ottenuto? Ho inondato l’organizzazione con 15 software aggiuntivi (ideati e realizzati al ritmo di uno al giorno), oppure ho velocizzato e rafforzato le relazioni tra colleghi?
In questa chiave, il vibe design serve non solo a far vedere in diretta al cliente cosa stai facendo e quanto sei efficiente, ma a sviluppare il senso critico del dirsi “beh, ma così non mi serve, proviamo così”.
Noi non siamo più tanto abituati a esprimere senso critico, perché tipicamente siamo impegnati nei task. Ma se liberiamo tempo ed energie dai compiti che l’AI sa fare meglio di noi – con più esperienza, più conoscenza, più velocità – insieme facciamo una differenza enorme.
Il valore che vedo nell’approccio offerto dal vibe design non è tanto nella rapidità e nel risparmio di persone – temi caldi e sicuramente importanti, ma la cui priorità penso che negli anni della maturità della relazione tra human e AI si ridimensionerà –, quanto nella possibilità di esprimere il potenziale creativo di noi umani a un livello impensabile fino a pochi mesi fa.
FAQ – Domande frequenti sul vibe design
Cos’è il vibe design?
È, secondo Daniele Cerra, un modello di pensiero progettuale agile e rapido quanto il vibe coding, ma guidato dalla competenza di chi progetta: si continua a dare senso e direzione al progetto mentre lo si vede prendere forma, iterandolo in tempo reale.
Qual è la differenza tra vibe coding e vibe design?
Il vibe coding riguarda la scrittura di codice assistita dall’AI attraverso prompt e iterazione continua; il vibe design è il suo equivalente sul piano progettuale: chi progetta non delega all’AI il senso del prodotto, ma continua a guidarne l’evoluzione con competenza, mentre l’esecuzione viene sempre più affidata all’intelligenza artificiale.
Cos’è il modello EPOCH citato nell’intervista?
È un framework del MIT Sloan (2024) che misura l’impatto dell’adozione dell’AI sulle capacità umane distintive: Empathy (empatia), Presence (presenza e networking), Opinion (giudizio ed etica), Creativity (creatività e immaginazione) e Hope (visione e leadership).
Come sta cambiando il go-to-market di logotel grazie all’AI?
I clienti chiedono sempre più POC commerciali, demo interattive e prodotti già funzionanti nelle prime fasi di vendita, con tempi di delivery molto più rapidi rispetto al passato: il principio “show, don’t tell” guida oggi il modo in cui logotel presenta le proprie soluzioni.
Cosa deve restare in mano alle persone e cosa può essere delegato all’AI?
L’intelligenza artificiale può velocizzare l’esecuzione di molti compiti verticali, ma senso critico, giudizio, empatia, creatività e visione restano competenze umane: il vantaggio competitivo si gioca nella capacità di capire cosa genera davvero valore.