AI adoption: cresce l’uso nelle grandi aziende, ma le PMI restano ferme. Come superare le barriere

Il 71% delle grandi imprese italiane ha almeno un progetto AI attivo, ma nelle PMI la percentuale crolla fino al 7%. I dati dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano e le barriere organizzative che frenano l’adozione: non è solo un problema tecnologico.

In sintesi – L’AI adoption cresce nelle grandi aziende italiane, ma il divario con le PMI rimane invariato rispetto all’anno precedente. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025 il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto AI, contro il 15% delle medie e il 7% delle piccole aziende. Le barriere principali non sono tecnologiche, ma organizzative: incertezza delle persone, processi non riprogettati, resistenze interne. Un approccio community-driven all’AI adoption – come il progetto Dojo sviluppato da Logotel per Italgas – può rivelarsi più efficace dei tradizionali programmi di change management calati dall’alto.

Il punto sull’AI adoption in Italia

I numeri dell’ultima ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano restituiscono un quadro in chiaroscuro. Il mercato italiano dell’AI vale 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50% rispetto al 2024, e l’adozione nelle grandi imprese accelera: nel 2025 il 71% ha avviato almeno un progetto AI su misura, contro il 59% dell’anno precedente. L’84% ha acquistato licenze di strumenti di Generative AI – Microsoft Copilot, ChatGPT Plus e Gemini Advanced i più diffusi –, con un balzo del +31% in dodici mesi.

L’impatto raggiunge anche i lavoratori: il 47% utilizza strumenti AI sul lavoro, il 41% dichiara che grazie all’AI svolge attività che altrimenti non sarebbe in grado di fare, un’evidenza che sposta il frame dalla sostituzione all’empowerment.

Il lato oscuro di questa fotografia riguarda le PMI: nelle medie imprese le sperimentazioni AI si attestano al 15%, nelle piccole al 7%. Sono percentuali identiche a quelle del 2024, a segnalare un ritardo che non si sta colmando. La spina dorsale dell’economia italiana rischia di restare esclusa da una trasformazione che invece le grandi organizzazioni stanno già incorporando nei propri modelli operativi.

Cosa frena davvero l’AI adoption: le barriere organizzative

Guardare ai dati sull’adoption come a un problema di accesso tecnologico è un errore di prospettiva. Lo conferma anche la ricerca Overcoming the Organizational Barriers to AI Adoption, pubblicata sull’Harvard Business Review da Jin Li, Feng Zhu e Pascal Hua.

L’analisi, basata su oltre cento interviste con C-suite executive, rivela che il 45% degli executive intervistati ritiene che il ROI dell’AI sia al di sotto delle aspettative, e le barriere più significative non sono tecniche, ma organizzative.

I ricercatori le identificano in tre aree interconnesse.

La prima riguarda le persone: incertezza su cosa l’AI possa fare davvero, paura di essere sostituiti – che genera resistenza passiva e sabotaggio silenzioso dei processi di adozione – e timore di perdere status professionale, con dipendenti che usano l’AI di nascosto (shadow AI) per non sembrare meno competenti.

La seconda area riguarda i processi: sovrapporre l’AI ai flussi di lavoro esistenti senza riprogettarli produce benefici minimi. La vera trasformazione richiede di ripensare i processi a livello individuale, tra funzioni e a livello di sistema.

La terza area è quella della politica interna: l’AI redistribuisce potere all’interno delle organizzazioni – chi controlla i dati, chi ha autorità decisionale, chi viene promosso – generando resistenze che spesso si rivelano più difficili da superare di qualsiasi problema tecnico.

L’articolo riporta un dato che sintetizza al meglio questo scenario: in un’azienda di servizi professionali con 2.200 dipendenti, l’adozione di strumenti Gen AI ha prodotto un aumento di produttività individuale del 30-40% nelle prime settimane, ma dopo un anno la performance complessiva dell’organizzazione era rimasta piatta. L’AI aveva migliorato i singoli nodi, senza trasformare il sistema.

Un approccio diverso: il metodo community-driven di Logotel

Se le barriere sono organizzative e culturali, la risposta non può essere solo tecnologica. È da questa convinzione che la Independent design company logotel ha sviluppato un approccio community-driven all’AI adoption: invece di programmi di change management calati dall’alto – spesso efficaci nel breve periodo ma destinati a perdere energia nel tempo –, si punta sulla creazione di comunità interne di apprendimento, sperimentazione e scambio di best practice.

Un caso concreto è Dojo, il percorso sviluppato da logotel per Italgas per accelerare l’adozione di Microsoft Copilot all’interno dell’organizzazione. Il nome non è casuale: in giapponese il dojo è il luogo in cui si praticano le arti marziali, dove l’allenamento e la sperimentazione sono continui e il valore generato si trasforma in crescita collettiva.

Dojo è una community di adozione dell’AI costruita nativamente sull’ecosistema Microsoft 365 già in uso in Italgas. L’approccio funziona perché agisce esattamente sulle barriere identificate dalla ricerca HBR: riduce l’incertezza attraverso la condivisione peer-to-peer, abbatte la resistenza al cambiamento creando spazi sicuri per sperimentare e democratizza l’accesso all’AI superando le barriere gerarchiche. Non è un tradizionale corso di formazione sull’AI, perché l’AI non si insegna: si pratica. È un ambiente in cui le persone imparano insieme facendo e sperimentando, a un ritmo che l’organizzazione può sostenere nel tempo.

In conclusione

I dati dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano certificano un’accelerazione reale nell’adozione dell’AI tra le grandi imprese italiane, ma anche un gap preoccupante che non si sta riducendo. E anche dove l’adoption avanza, il rischio è che rimanga un fenomeno individuale – quell’AIndividualismo che non si trasforma in valore per l’organizzazione – finché le aziende non affrontano le vere barriere: quelle umane, processuali e politiche.

Come sottolineano i ricercatori di HBR, la vera sfida non è adottare l’AI, ma evolvere insieme a essa. Le organizzazioni che tratteranno l’AI come un semplice upgrade tecnologico continueranno a raccogliere risultati deludenti. Quelle che investiranno nella costruzione di una cultura e di comunità capaci di sostenerla nel tempo avranno un vantaggio competitivo difficile da replicare.

FAQ sull’AI adoption nelle aziende italiane

Cos’è l’AI adoption e perché è importante per le aziende? L’AI adoption è il processo attraverso cui un’organizzazione integra strumenti e sistemi di intelligenza artificiale nei propri processi, flussi di lavoro e cultura aziendale. È importante perché determina la capacità di un’organizzazione di tradurre il potenziale dell’AI in valore concreto: produttività, competitività e nuovi modelli di business.

Quante aziende italiane hanno adottato l’AI nel 2025? Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto AI, in crescita rispetto al 59% del 2024. Nelle PMI la situazione è molto diversa: solo il 15% delle medie imprese e il 7% delle piccole ha sperimentazioni AI attive.

Quali sono le principali barriere all’adozione dell’AI in azienda? Secondo la ricerca pubblicata su Harvard Business Review, le barriere più significative non sono tecnologiche ma organizzative: riguardano le persone (incertezza, paura di essere sostituiti, timore di perdere status), i processi (sovrapposizione dell’AI ai flussi esistenti senza riprogettarli) e la politica interna (resistenze legate alla redistribuzione del potere che l’AI produce nelle organizzazioni).

Cos’è l’approccio community-driven all’AI adoption? L’approccio community-driven all’AI adoption si basa sulla creazione di comunità interne di apprendimento e sperimentazione, in cui le persone condividono conoscenze, esperienze e best practice tra pari. A differenza dei programmi di change management tradizionali, genera coinvolgimento organico, abbatte le resistenze culturali e produce una trasformazione più sostenibile nel tempo.

Perché le PMI italiane sono in ritardo sull’adozione dell’AI? Le PMI italiane incontrano barriere strutturali che frenano l’adozione dell’AI: difficoltà nel valutare il rapporto costi-benefici, mancanza di competenze interne dedicate e assenza di una strategia organizzativa strutturata. Il 20% delle PMI sta però valutando di avviare progetti nel breve periodo, segnale di un interesse crescente.