È iniziata l’era della Super intelligenza?
Dopo averlo anticipato durante un’assemblea delle Nazioni Unite (ONU), il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficializzato il cambio di nome dell’intelligenza artificiale.
Con un executive order pubblicato il 29 settembre 2026 sul sito della Casa Bianca, Trump ha chiarito che, da ora in poi, le Agenzie del governo federale degli Usa dovranno utilizzare il termine Super intelligenza (Super Intelligence, SI), al posto di intelligenza artificiale (AI).
Cosa prevede l’executive order di Trump sulla Super Intelligence
Sembra un déjà-vu: era accaduta una cosa simile con il Golfo del Messico, ribattezzato Golfo d’America. Nel caso dell’AI (o SI), il cambio di nome è stato giustificato con una breve nota il cui passo centrale è il seguente:
“Le straordinarie tecnologie di cui sono pionieri gli innovatori americani superano di gran lunga ciò che si immaginava quando il termine ‘Intelligenza Artificiale’ entrò per la prima volta in uso. Le capacità dei sistemi di frontiera di oggi fanno molto più che imitare o automatizzare singoli aspetti dell’intelligenza umana. Amplificano sempre più l’ingegno umano e aprono nuove forme di creatività, mettendo gli americani in condizione di raggiungere ciò che prima era impossibile nella scienza, nella medicina e in quasi ogni altro ambito dell’impegno umano. Man mano che queste capacità continuano a migliorare, rappresentano sempre più non soltanto un’intelligenza artificiale, ma una nuova era di Super Intelligence”.
In questo articolo cerchiamo di capire cosa si nasconde davvero dietro la decisione di Trump, e se questa è destinata ad avere impatti duraturi o effimeri sul processo – tuttora in corso – di adozione e integrazione dell’intelligenza artificiale nella vita lavorativa e personale di ognuno di noi.
Da dove viene il nome intelligenza artificiale: la storia di Dartmouth
Partiamo da un rapido flashback.
Il termine intelligenza artificiale è stato coniato per la prima volta nel 1955. Appare in una proposta di workshop intitolata appunto A Proposal for the Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence, firmata da John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon.
Proprio questo seminario, il seminario di Dartmouth che si svolse poi nel 1956, è considerato come l’atto costitutivo del campo di ricerca sull’AI. Secondo quanto ricostruito, la scelta del nome da parte di McCarthy e degli altri studiosi ricadde su intelligenza artificiale per la sua neutralità, in modo da evitare di finire nel campo della cibernetica che allora era molto in voga. Artificiale deriva invece etimologicamente dal latino artificium, cioè ciò che è fatto con arte e con ingegno.
Per 70 anni il nome intelligenza artificiale ha retto, anche se è stato affiancato da altre etichette: AI generativa, ma anche deep learning, AGI e anche superintelligenza. Che, infatti, non è una nuova trovata di Trump, ma un concetto che nel campo dell’AI era già presente, e con una connotazione non sempre positiva.
In ambito tecnico e filosofico, superintelligenza indica un sistema che supera le capacità umane in modo generale. Nel libro Superintelligenza (uscito nel 2014 e tradotto in Italia nel 2018), il filosofo Nick Bostrom avvertiva sul rischio che superintelligenze inarrivabili per l’uomo potessero scapparci di mano, arrivando a distruggerci o a distruggere il mondo intero. Rischi analoghi a quelli evidenziati ai giorni nostri da alcuni ricercatori e dagli stessi capi delle grandi aziende AI che si spartiscono la leadership in questo campo.
Perché Trump ha rinominato l’AI in Super Intelligence
Ma quali sono allora le motivazioni dietro la decisione di Trump?
La motivazione ufficiale dell’ordine
La prima motivazione, come già detto, è quella scritta nell’executive order. Il testo sostiene che i sistemi di frontiera di oggi – cioè i modelli di AI più potenti – “superano di gran lunga” ciò che si immaginava quando il termine nacque e Super Intelligence ne catturerebbe meglio le capacità e gli impatti.
Le dichiarazioni di Trump sull’aggettivo artificiale
Un’altra ragione dietro il cambio di nome risiede nelle dichiarazioni rilasciate da Trump a riguardo. Il Presidente degli Stati Uniti, in particolare, ha criticato l’aggettivo “artificiale”, che farebbe pensare a qualcosa di finto, quando l’intelligenza di questi sistemi ha invece, effetti molto reali.
Il contesto politico ed economico
C’è poi un terzo livello, che i documenti ufficiali non dichiarano ma la stampa mette in evidenza: il contesto politico, sociale ed economico.
Il cambio di nome arriva mentre cresce la diffidenza dell’opinione pubblica americana verso l’AI. Un recente sondaggio di Gallup segnala che la percentuale di lavoratori statunitensi che teme che la tecnologia possa rendere il proprio lavoro obsoleto nel prossimo futuro ha toccato la quota record del 27% nel 2026, in aumento di 7 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Questi timori, uniti alle proteste contro i data center, secondo alcuni osservatori potrebbero pesare sui repubblicani alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Da qui, l’idea del rebranding – come lo definisce il sito di informazione Axios – che farebbe parte di un tentativo più ampio di cambiare la narrazione sull’AI.
L’accordo volontario delle Big Tech
C’è poi anche un aspetto di geopolitica digitale, nel senso in cui l’intende l’esperto Antonio Deruda (a questo link un articolo sul tema sul magazine logotel). Sull’AI è in corso una competizione tra le potenze globali, perché queste tecnologie hanno enormi implicazioni politiche ed economiche. Non è certo un caso se, nello stesso giorno in cui Trump ha ribattezzato l’AI, alla Casa Bianca è stato firmato un accordo volontario tra i vertici di diverse Big Tech: il White House Accord on Super Intelligence.
Mark Zuckerberg per Meta, Jensen Huang per NVIDIA, Sundar Pichai per Google, Dario Amodei per Anthropic, Greg Brockman per OpenAI ed Elon Musk per xAI hanno firmato un documento definito da Trump “moralmente vincolante”, che impegna i firmatari a rafforzare i controlli sui propri modelli AI più avanzati.
Una sorta di autoregolamentazione che, da un lato, vuole rassicurare l’opinione pubblica locale e mondiale rispetto ai già citati rischi esistenziali sollevati da più parti, ma dall’altra sembra essere un’operazione più simbolica che vincolante. Perché, in primo luogo, si tratta di un documento di una pagina, con quattro pratiche di sicurezza e senza sanzioni né scadenze. E poi perché, come scrive Pasquale Viscanti nella sua newsletter IA spiegata semplice, mentre si discute di come tenere sotto controllo la corsa verso modelli sempre più potenti, questa corsa non si è fermata neanche per un giorno.
Sono usciti, nel giro di poche settimane, un nuovo aggiornamento di Opus (uno dei modelli di Claude), nuovi agenti di OpenAI (dots) e di Meta (Muse) e un nuovo aggiornamento di GPT-6. “Forse è proprio questo il paradosso dell’AI di oggi – scrive Viscanti –: tutti cercano il modo di mettere un freno, mentre qualcuno, da qualche altra parte, sta già montando un motore più potente”.
Cosa cambia per le imprese con la Super Intelligence (e cosa no)
A prescindere dalle motivazioni della decisione di Trump, il cambio di nome da intelligenza artificiale a superintelligenza avrà qualche effetto concreto?
Il primo dato è che, sul piano giuridico, cambia poco. L’ordine vale solo per le agenzie federali statunitensi e riguarda le nuove comunicazioni: siti web, report, documenti di policy. Non è retroattivo e quindi non impone di riscrivere regolamenti, contratti o bandi già esistenti.
Inoltre, lo stesso executive order spiega che al momento Super Intelligence si riferisce alla stessa definizione valida per l’AI.
Per le imprese europee e italiane che lavorano con partner o clienti statunitensi, le conseguenze sono, per ora, soprattutto di linguaggio e di prudenza.
Chi risponde a bandi o lavora come fornitore di enti federali o di loro contractor potrebbe infatti imbattersi nella scritta SI nei capitolati. Nel breve periodo, converrà tenere allineata la terminologia nelle offerte e nei contratti, esplicitando la corrispondenza tra i due termini ed evitando ambiguità su cosa sia o non sia coperto.
Qualche implicazione in più potrebbe arrivare nel giro di 60 giorni, termine che Trump ha dato al suo Assistente per la Scienza e la Tecnologia (APST) e alle agenzie federali affinché propongano una nuova definizione di Superintelligenza che, dopo l’approvazione del Congresso, potrebbe avere anche un valore normativo.
L’eventuale discrepanza tra termini e definizioni utilizzati per descrivere sostanzialmente lo stesso oggetto potrebbe avere conseguenze a livello di compliance tra Europa – dove è in vigore l’AI Act – e fornitori Usa, come le Big Tech.
Al momento, più che altro, il vero rischio è che questa mossa di Trump alimenti ulteriore confusione su un terreno, l’AI, dove invece servirebbe chiarezza e trasparenza.
Arthur Mensch, CEO della francese Mistral AI (tra i non firmatari dell’accordo), ha affermato al quotidiano Le Monde che Super Intelligence sembra essere l’ennesima etichetta, una trovata di marketing del settore dell’AI, che rischia di sviare dalle questioni cruciali: chi controlla la tecnologia, dove viene sviluppata e come viene distribuita.
AI o Super Intelligence: il nome cambia, la collaborazione uomo-macchina no
Super, artificiale, generativa, di frontiera: le etichette si succedono, e continueranno a farlo, ciascuna con il suo carico di promesse e di paure. Ma una tecnologia non diventa più o meno utile perché cambia il sostantivo con cui la chiamiamo, e a ben vedere la domanda che conta non è come si chiami, ma che cosa sia per noi.
La nostra risposta non cambia. L’AI è una nuova agenzia con cui collaborare: un interlocutore capace di elaborare, proporre, mettere in relazione, a cui affidare una parte del lavoro cognitivo per liberare tempo e attenzione per ciò che resta propriamente umano, cioè il giudizio, il contesto, la responsabilità, il senso. Non un sostituto, e nemmeno un oracolo, ma un’estensione della mente, come lo sono stati la scrittura, la stampa, il calcolo.
Tornando alla domanda iniziale: è iniziata l’era della super intelligenza? In senso tecnico no, perché è un’etichetta applicata a sistemi esistenti. Ciò che è iniziato con ChatGPT (novembre 2022) è l’era dell’adozione di massa e della collaborazione uomo-macchina.
In questa prospettiva, al di là delle mosse “terminologiche”, ciò che fa la differenza è sempre il disegno della relazione: quali compiti delegare, quali no, come tenere l’essere umano dentro il processo, come costruire competenze, regole etiche e cultura organizzativa per lavorare bene con un’intelligenza diversa dalla nostra.
FAQ – Domande frequenti su Trump e la Super Intelligence
Cosa ha deciso Trump sull’intelligenza artificiale? Il 29 settembre 2026 Donald Trump ha firmato un executive order che impone alle agenzie federali statunitensi di usare «Super Intelligence» (SI) al posto di «intelligenza artificiale» (AI) nelle nuove comunicazioni, nei siti web, nei report e nei documenti di policy.
Perché Trump ha rinominato l’AI in Super Intelligence? Secondo l’ordine, i sistemi di frontiera superano di gran lunga ciò che si immaginava quando nacque il termine, e per Trump l’aggettivo «artificiale» suggerisce qualcosa di finto. Secondo la stampa, pesano anche la crescente diffidenza degli americani verso l’AI e le elezioni di metà mandato di novembre.
Chi ha coniato il termine «intelligenza artificiale»? Il termine compare nel 1955 nella proposta per il seminario estivo di Dartmouth, firmata da John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon. Il seminario si svolse nel 1956 ed è considerato l’atto di nascita della disciplina.
Il cambio di nome vale anche per le aziende private? No. L’ordine riguarda solo le agenzie federali e le nuove comunicazioni: non obbliga le imprese a rinominare i prodotti, non è retroattivo e non modifica le leggi vigenti. Entro 60 giorni è attesa una proposta di definizione legislativa di Super Intelligence.
Che differenza c’è tra AI e superintelligenza? In ambito tecnico e filosofico, superintelligenza indica un sistema che supera in generale le capacità umane. L’executive order, invece, usa per ora «Super Intelligence» con la stessa definizione già valida per l’AI: è un cambio di etichetta, non di tecnologia.