Solo il 7% delle PMI italiane fa formazione sull’AI: come colmare il gap
Il dato proviene dall’Osservatorio Innovazione digitale nelle PMI del Politecnico di Milano. Il gap è di competenze, ma anche di metodo. Ecco da dove partire per colmarlo.
Il dato proviene dall’Osservatorio Innovazione digitale nelle PMI del Politecnico di Milano. Il gap è di competenze, ma anche di metodo. Ecco da dove partire per colmarlo.
Le piccole e medie imprese (PMI), cioè quelle aziende che hanno tra i 10 e i 249 addetti, sono una colonna portante del sistema industriale in Italia. Pur essendo circa il 5% delle aziende attive, concentrano infatti al loro interno circa il 40% della forza lavoro privata e oltre il 40% del fatturato complessivo italiano.
Ciò che accade al loro interno ha dunque conseguenze importanti sull’intero sistema Italia. E, a livello di formazione sull’AI, quello che accade – o meglio, non accade – è preoccupante. Secondo un dato diffuso dall’Osservatorio Innovazione digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, appena il 7% delle piccole e medie imprese investe in iniziative formative strutturate legate all’intelligenza artificiale.
In un momento in cui queste tecnologie stanno diventando sempre più pervasive, e promettono di rivoluzionare il modo in cui si producono prodotti e servizi, si ricercano informazioni, si fruisce di esperienze, restare indietro su questo fronte rischia di minare seriamente la competitività delle PMI.
In questo articolo analizziamo le ragioni di questo gap e forniamo alcune indicazioni su come colmarlo.
La mancanza di formazione in tema di AI si inserisce all’interno di un quadro più generale di carenze sul fronte delle competenze digitali. L’Osservatorio del Politecnico afferma infatti che solo il 40% delle PMI adotta un piano di formazione tout court.
Il gap in termini di formazione AI è dunque figlio di un più generale digital skill gap. Senza formazione, anche l’adoption dell’intelligenza artificiale resta al palo: in una recente fotografia sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane, l’ISTAT sottolinea come sia aumentato il gap tra PMI e grandi imprese. La differenza nell’intensità di utilizzo dell’AI, che era di 20 punti percentuali nel 2023, è arrivata a 37 punti percentuali nel 2025.
Ciò a cui si assiste in tema di AI nelle PMI sembra un cortocircuito.
Difatti, sempre secondo quanto rivela l’ISTAT, tra le imprese che hanno valutato un investimento in AI senza poi realizzarlo, quasi il 60% indica come freno la mancanza di competenze adeguate. Solo il 46% delle PMI, però, valuta in modo strutturato le competenze dei propri collaboratori e, senza questa valutazione, è difficile capire quali gap bisogna colmare.
Inoltre, nel “deserto della formazione” all’interno delle piccole e medie imprese restano bloccati anche dirigenti e quadri, spesso esclusi dalla formazione. Ma proprio i leader e i manager sono le figure il cui supporto è fondamentale per spingere i dipendenti a utilizzare con fiducia ed efficacia le nuove tecnologie, come rivela un recente sondaggio di Gallup.
Infine, un ulteriore elemento che blocca le iniziative di formazione e adozione dell’AI nelle PMI è l’inutilizzo o lo scarso utilizzo dei fondi interprofessionali, cioè risorse che finanziano in tutto o in parte iniziative di formazione professionale per i lavoratori delle imprese italiane. Secondo quanto rivela l’Osservatorio, più della metà delle PMI non utilizza queste risorse.
Proprio dai punti evidenziati sopra si può partire per strutturare un percorso che cerchi di colmare le lacune delle PMI a livello formativo per quanto riguarda l’intelligenza artificiale.
Il primo passo risponde al cortocircuito descritto sopra: se meno della metà delle PMI valuta in modo strutturato le competenze dei collaboratori, la maggior parte delle aziende che decide di formarsi sull’AI lo fa senza sapere da dove parte.
Il rischio è comprare un catalogo di corsi invece di progettare un intervento. Una mappatura anche leggera, che fotografi quali mestieri usano già strumenti di AI, con quale livello di consapevolezza, su quali processi si concentrano i colli di bottiglia, cambia completamente il modo in cui si spendono tempo e budget. E rende misurabile il risultato, che è anche la condizione per giustificare l’investimento agli occhi di chi decide.
Il secondo passo è invertire l’ordine abituale. Nelle PMI la formazione, quando c’è, tende a fermarsi prima di arrivare a dirigenti e quadri. Ma nell’AI la sequenza logica è opposta: un’organizzazione adotta davvero questi strumenti quando chi la guida sa che cosa può e non può chiedere loro, come valutarne gli output e dove passa il confine tra delega e supervisione.
Senza questo presidio, l’uso dell’AI rischia di rimanere nascosto, alimentando quel fenomeno definito shadow AI che può avere conseguenze negative in termini di riservatezza dei dati e qualità del lavoro.
Un passo ulteriore è usufruire dei fondi interprofessionali. Fondimpresa, il fondo paritetico costituito da Confindustria, CGIL, CISL e UIL per promuovere la formazione continua di quadri, impiegati e operai nelle imprese aderenti, ha una finestra aperta proprio nei prossimi mesi.
Si tratta dell’Avviso 3/2026, che mette a disposizione 20 milioni di euro per finanziare la formazione dei lavoratori nelle imprese che stanno realizzando un progetto di innovazione digitale o tecnologica, di prodotto o di processo. Le domande di finanziamento si presentano dal 29 settembre al 30 ottobre 2026.
Resta il punto più difficile, che i fondi da soli non risolvono. Lo stesso Osservatorio nota che, perché la formazione arrivi davvero nelle piccole imprese, va resa compatibile con le esigenze di aziende soffocate dalla quotidianità.
È la ragione per cui nella design company logotel parliamo di percorsi e non di corsi. L’intelligenza artificiale generativa cambia troppo in fretta per essere trasferita con lezione frontale e quiz finale: si impara sperimentando su casi di lavoro reali, condividendo i risultati e mettendo in comune anche gli errori. Come ha spiegato Nicola Favini, CEO di logotel, in un’intervista sul Sole 24 Ore, l’AI vive più nelle sperimentazioni concrete delle persone e nella messa a fattor comune delle esperienze che nella teoria.
Da questo principio nascono tre percorsi pensati per target diversi: dAI dAI dAI, laboratorio pratico di produttività personale e di team su micro sfide e casi reali; AI for Tribe, percorso di sperimentazione costruito sulle singole famiglie professionali e sui loro processi; Leading with AI, dedicato a leader e manager che devono integrare l’AI nei propri workflow decisionali e costruire una governance interna. Tutti disponibili in presenza, in virtual classroom, in modalità sincrona e asincrona, e progettabili come piano formativo finanziabile attraverso i fondi interprofessionali.
Il dato fornito nell’introduzione – solo il 7% di PMI che fa formazione sull’AI – non fotografa un ritardo tecnologico, ma di preparazione. È una differenza che conta, perché indica dove intervenire: non nell’acquisto di strumenti, ma nella costruzione delle condizioni per usarli.
Quelle condizioni si costruiscono con passi ordinari. Guardare quali competenze ci sono già in azienda prima di comprare formazione. Cominciare da chi deve guidare il cambiamento, invece di lasciarlo per ultimo. Usare risorse che le imprese hanno già accantonato e che troppo spesso restano ferme. Scegliere percorsi che entrino nel lavoro quotidiano invece di sottrarsi ad esso.
Nessuno di questi passi richiede un budget da grande impresa. Richiedono una decisione e un metodo, che è poi ciò che distingue le imprese capaci di innovare molto più della loro dimensione.
Il momento per compiere questi passi è adesso. Il divario tra grandi imprese e PMI nell’uso dell’AI, come nota l’ISTAT, continua ad allargarsi: chi parte oggi lo attraversa, chi aspetta lo troverà forse sempre più largo.
Solo il 7% delle PMI italiane ha avviato programmi strutturati di formazione sull’AI per i propri collaboratori, secondo la Ricerca 2025-2026 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano. Il dato si inserisce in un quadro più ampio: appena il 40% delle PMI redige periodicamente piani formativi per il personale, al netto della formazione obbligatoria.
Il digital skill gap è la distanza tra le competenze digitali presenti in azienda e quelle richieste dal mercato e dalla trasformazione tecnologica in atto. Nelle PMI non riguarda solo le competenze tecniche di chi lavora sui processi, ma anche la visione strategica di chi guida l’impresa e la cultura manageriale del middle management.
Il freno principale sono le competenze. Secondo il rapporto ISTAT “Imprese e ICT”, tra le aziende che hanno valutato un investimento in AI senza poi realizzarlo quasi il 60% indica come ostacolo la mancanza di competenze adeguate. Il divario di utilizzo tra grandi imprese e PMI è passato da circa 20 punti percentuali nel 2023 a 37 punti nel 2025.
Attraverso i fondi interprofessionali, alimentati dai contributi che le imprese versano già all’INPS e che più della metà delle PMI non utilizza. Fondimpresa ha pubblicato l’Avviso 3/2026, che mette a disposizione 20 milioni di euro per la formazione dei lavoratori nelle imprese impegnate in un progetto di innovazione digitale o tecnologica: le domande si presentano dal 29 settembre al 30 ottobre 2026.
Dalla mappatura delle competenze già presenti in azienda, che oggi solo il 46% delle PMI svolge in modo strutturato. Senza questa fotografia iniziale si rischia di acquistare un catalogo di corsi invece di progettare un intervento sui reali fabbisogni. Il secondo passo è coinvolgere dirigenti e quadri, che nelle PMI restano spesso esclusi dai percorsi formativi.